Cronache Vaniniane. Una Lucciola Fra Splendidi Pianeti,

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Prezzo di vendita: 10,00 €
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Categoria:  
Anno di pubblicazione: 2016
Descrizione

pp.95, brossura

 

Volendo tracciare in rapida sintesi una storia editoriale di Vanini, basterebbe dire che nato “europeo” con le due opere fondamentali frutto della sua meditazione filosofica, l'Amphitheatrum aeternae providentiae (Lione, 1615) ed il De admirandis naturae (Parigi, 1616), riscoperto “italiano” dopo ben tre secoli dagli studi ponderosi di Guido Porzio (Lecce 1912, 2 voll.) e di Luigi Corvaglia (Milano, 1933-4, 2 voll.), ha ritrovato la sua naturale collocazione fra i maggiori del pensiero libertino grazie al contributo di Francesco Paolo Raimondi che al libro Vanini nell'Europa del Seicento (Pisa, 2005) ha fatto seguire la definitiva edizione delle opere (Milano, Bompiani, 2010) nella prestigiosa collana “Il pensiero occidentale” diretta da Giovanni Reale. Tutto ciò non senza il riferimento obbligato a Giovanni Papuli, che ha dedicato una vita al Vanini, ed a Mario Marti che inserì il filosofo di Taurisano nella “Biblioteca di Scrittori Salentini” ad iniziare in modo beneaugurante la sua seconda serie: vale a dire il meglio che la nostra Università, allora di Lecce oggi del Salento, ha saputo esprimere fino alla loro scomparsa (Papuli nel 2012 e centenario, Marti, nel 2015).

Ma questa breve cronologia non renderebbe giustizia a tanti autori che comunque se ne sono occupati facendo crescere la bibliografia di settore e partecipando alla ormai doverosa rivalutazione di Vanini. Alla dimensione europea del filosofo di Taurisano pensò Francesco De Paola nel 1998 col suo libro Giulio Cesare Vanini da Taurisano filosofo europeo (Schena).

In questa vera e propria renaissance, il cui avvio coincide con la conquista dell'unità e che giunge a pienezza tra la fine dell'800 e la prima parte del 900, come data emblematica può essere assunto proprio il 1876. E' l'anno infatti in cui Giovanni Bovio, il filosofo e politico di Trani che tanto seguito ebbe nella nostra provincia, compose il testo della lapide commemorativa, oggetto di una fiera contesa, come sanno i cacciatori di curiosità vaniniane, e come apprenderanno i lettori di questa impeccabile monografia, veramente necessaria, dovuta alla paziente ed amorevole attenzione di Gigi Montonato. Protagonista indiscusso, di parte antivaniniana, un sacerdote salentino arguto e saccente, don Salvatore Casto, parroco a Taurisano e quindi invischiato fino al collo nelle beghe di campanile, che si sentiva difensore dei benpensanti, giudice delegato, giustiziere e persino vendicatore contro chi aveva osato “consacrare al secolo vendicatore” il nome di Vanini.

Questa vicenda ha ricostruito accuratamente Montonato, partendo da un pamphlet in forma di dialogo apparso a Lecce nel 1908 e firmato Nescius, fortunatamente non naufragato, come sicuramente tanti altri documenti vaniniani dati al fuoco perché motivo di scandalo, ed opportunamente rimesso in circolazione in moderna e pratica veste grafica. Il Casto appartiene – è bene evidenziarlo - a quella nutrita schiera di autori che popolano, da una parte o dall'altra, in bene o in male, la bibliografia di cui parlavo prima, e che meriterebbero, ciascuno per suo conto, una indagine più approfondita e per quanto possibile definitiva. Montonato ha già affrontato la figura di “Papa Tore” in due notevoli saggi datati 2009, ma ne ha qui messo a fuoco la personalità in ambito vaniniano, svelando i suoi rancori, e per certi versi facendone emergere la verve, ben apprezzata ai suoi tempi e limitatamente al contesto provinciale. La decisione di dare alle stampe Una lucciola fra splendidi pianeti intesa come la fatidica pietra tombale che pone termine alla faccenda una volta per tutte, si trasforma paradossalmente in un semplice segmento della querelle, cui presero parte ben attrezzati e molto più autorevoli difensori della cultura salentina nelle cui opere non solo il testo contestato (mi si passi il bisticcio) trova ospitalità, ma sembra andare acquistando una vitalità e una risonanza forse imprevedibili. Da Cosimo De Giorgi a Pietro Marti, da Pietro Palumbo a Francesco Rubichi le voci a favore sono tante. Resta su un versante, solitario, l'uomo di chiesa che “si vanta di avere ben bene staffilato” gli avversari; sull'altro, l'opinione condivisa da molti, non solo della necessità dell'intervento di Bovio, ma dell'emozione profonda che provoca la lettura della fatidica iscrizione con la sua folgorante poeticità. Maldestro appare anche il tentativo di diffondere una nuova versione delle ultime parole pronunciate “mentre ardeva” dal “pertinace nella miscredenza”, e spingersi imprudentemente oltre lo sprezzante ma più coerente “andiamo a morire da filosofi”, conservato da un foglio di appunti ed aggiunto in appendice da Montonato, riconducibile facilmente a giochi di parole del tipo “se odio non ho Dio” o “quando ho Dio non odio” e dunque ad un retroterra di stampo retorico-pedagogico forzatamente e del tutto anacronisticamente rivitalizzato.

E' una conferma indiretta dell'utilità e dell'importanza di questo genere di ricerca, a mostrare palesemente e ancora una volta, nella sconfinata vicenda vaniniana, la presenza del leggendario e del favoloso, filtrati in questo caso da una fuorviante erudizione. Intromettendosi quasi di prepotenza ed inquinando il genuino, questi “corpi estranei” hanno sostanzialmente nuociuto al vero ritratto del filosofo, lasciando varchi sempre più ampi all'immagine distorta, di comodo, che un'agguerrita e forse anche bigotta ortodossia di provincia continuava a reclamare. Mentre la poesia tardo romantica (Ampolo, Nutricati) insisteva sulla matrice monocorde della triade Bruno Campanella Vanini, concedendosi persino qualche licenza dialettale (Bozzi, Pagliarulo) e Lecce si dotava nella villa e nella biblioteca di busti marmorei a futura memoria in attesa del monumento di Bortone, crescevano l'attesa e la fame di giustizia che avrebbero fatto obliare il fascicoletto di Casto e portato alla ribalta ben più ponderose ed obiettive valutazioni critiche del pensiero di Vanini.

E tuttavia Casto ed il “partito” taurisanese che faceva capo al sindaco ed alle famiglie che in loro si riconoscevano, avevano vinto quella che Montonato definisce la “prima guerra vaniniana” e che non fu in realtà più di una scaramuccia nella lunga prospettiva degli studi. Il “mistero” Vanini non a tutti allora accessibile aveva forse due soli modi, più sicuri e più facilmente percorribili, per essere affrontato: fare ricorso alla satira ed all'ironia o peggio al vilipendio ed al dileggio. Don Salvatore scelse il primo ed evitò il secondo manifestando la sua coerenza e la fedeltà al conformismo del natio loco, né ci si poteva aspettare altro.

Aver individuato questo episodio marginale in un agitato mare magnum ed averlo saputo enucleare per offrirlo, dotato di un commento adeguato, al lettore moderno è tutto merito di Gigi Montonato, che ottiene così un duplice risultato: completare il profilo di don Salvatore Casto e contribuire alla migliore conoscenza del dibattito “civile” su Vanini a fine 800.

Non ho bisogno di ricordare che quest'anno è il quattrocentesimo dal De admirandis (1616 – 2016) e che siamo alla vigilia dell'inaugurazione del monumento a Vanini nella sua città natale. Finalmente! Di certo i preparativi fervono in attesa del prossimo ormai 2019, ma possiamo sicuramente almeno dichiarare finita una guerra letteraria durata più di 100 anni e suggellare l'evento con la presentazione di questa gradita rarità bibliografica.

di Alessandro Laporta

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