Casali E Feudatari Del Territorio Di Tricase E La Dominazione Angioina(sec. Xiii-xv)

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Prezzo di vendita: 15,00 €
Prezzo base: 15,00 €

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Produttore: edizioni dell`iride
Anno di pubblicazione: 2007/08
Descrizione

pp.143 brossura 17x24 ill.b/n e colori

Uno dei grandi maestri della medievistica italiana, Cinzio Violante (1921-2001), sottolineò nel 1980, in occasione di un Convegno su «Temi, fonti e metodi della ricerca storica locale», tenutosi a Pisa, che esistono tre modi di fare storia locale: uno rispondente a «genuine esigenze proprie della gente del luogo, esigenze di tener vive, di rendere più intense le memorie personali e famigliari, del villaggio più che della città»; un altro, che prendendo come spunto di riferimento un determinato luogo o territorio, si propone di studiare «in successione cronologica, necessariamente anche discontinua, tutti gli avvenimenti che vi sono capitati, tutte le istituzioni che vi sono instaurate», e che «può interessare la gente locale, liberandola da idee o immaginazioni vaghe e imprecise e aiutandola a concepire in maniera più corretta e fondata il senso della propria identità»; e infine un terzo modo di far storia locale «che intende essere il riscontro, in luoghi e ambienti determinati, di problemi di carattere generale, poiché la materia di studio è sempre particolare: in fondo tutto ciò che è accaduto, anche il concepimento e la manifestazione delle idee più generali, si è realizzato in certi luoghi e grazie a certe persone».
Ebbene mi sembra che nel libro di Salvatore Musio su «Casali e Feudatari del territorio di Tricase» ognuno di questi tre modi di fare la storia locale sia ben presente. L\'arco cronologico della ricerca comprende l\'età angioina (secoli XIII -XV9, in cui molti casali appaiono per la prima volta nella documentazione scritta: Caprarica del Capo nel 1277, Depressa nel 1269, Lucugnano nel 1316, Sant\'Eufemia nel 1335, Tricase nel 1270, Tutino nel 1275176, Trunco nel 1269. Probabilmente molti di questi casali esistevano già da secoli, ma l\'esiguità della documentazione scritta precedente alla seconda metà del Duecento non permette di stabilire con certezza la loro "data di nascita". Qui soltanto scavi archeologici, come sono stati fatti negli ultimi anni per i casali scomparsi di Quattro Macine (Giuggianello) e Apigliano (presso Martano), potrebbero dare ulteriori informazioni.
Il territorio di Tricase, come tutto il basso Salento, in età normanna faceva parte del demanio ducale, cioè di Roberto il Guiscardo e dei suoi successori, e poi, dopo l\'integrazione del ducato di Puglia nel regno di Sicilia, avvenuta sotto Ruggero II (t 1154), del demanio regio. Soltanto dopo il passaggio della corona del Regno dalla dinastia degli Hohenstaufen a quella degli Angiò, avvenuto nel 1266, i casali dei Salento meridionale furono concessi a feudatari, per lo più d\'origine transalpina. Alcuni casali rimasero però in mano a personaggi di origine pugliese come il giudice Nicola Gargano di Bari che tra il 1269 e il 1277 risulta essere titolare del casale di Depressa, oppure il titolare di Caprarica del Capo, Riccardo «de Petravalla», qualora egli fosse originario, come suppone Musio, di Petragalla in provincia di Potenza, oppure Boemondo Pisanello, feudatario di una parte del casale di Tutino, di probabile origine salentina in quanto discendente di Riccardo «de Pisanello», menzionate nel cosiddetto «Catalogus baronum», redatto intorno al 1150.
Attraverso uno scrupoloso spoglio dei Registri della Cancelleria angioina e di altré raccolte documentarie l\'autore ricostruisce dettagliatamente le vicende dei casali dei territorio di Tricase individuandone anzitutto i feudatari che si susseguirono nei corso dei secoli XIII XV.
Un discorso a parte meritano il casale scomparso di Trunco, attestato tra il 1269 e il 1377, il quale era ubicato a nord-est, in una delle zone più alte del territorio di Tricase, - sarebbe un luogo ideale per scavi archeologici! - e il monastero di S. Maria «de Lomito» o del Mito, un cenobio italo greco (basiliano) menzionato per la prima volta nel 1310 ed attestato fino al 1497, della cui chiesa abbaziale è rimasto purtrop. po soltanto qualche rudere nonostante che, come ha scritto, nel 1988, Cosimo Damiano Poso, questa chiesa fosse stata «ancora in condizioni accettabili nel 1964 é si sarebbe potuto evitare la sua totale distruzione».
L\'augurio è che studi meritevoli come il presente, contribuiscano ad una sensibilizzazione della popolazione e anzitutto degli amministratori locali per i beni culturali del loro territorio.

Hubert Houber

Ordinario di Storia Medievale nella Facoltà di Beni Culturali dell\'Università del Salento
Lecce, giugno 2007

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