Santi E Miracoli Nel Salento

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Autore: Manni Luigi
Prezzo di vendita: 8,00 €
Prezzo base: 8,00 €
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Categoria:  
Produttore: congedo editore
Anno di pubblicazione: 1996
Descrizione

pp.144 brossura ill.b/n

Dai Panegirici di Pappa Peppino

Imbattersi in una raccolta manoscritta di panegirici e omelie d\'epoca é davvero un bel colpo di fortuna, soprattutto se lo studioso é -come Luigi Manni- ricercatore accanito, pignolo e proceduralmente rigoroso. Ad altri sarebbe bastato trascrivere i fogli stretti e rettangolari, lindi anche se ingialliti dal tempo, rimasti celati e inediti in quella cassapanca che Giuseppina e Antonio Russo, eredi devotissimi al ricordo dello zio papa, custodiscono ancora nella fascinosa e verdeggiante dimora canonica nel centro storico di Soleto. Manni ha fatto di più e di meglio: partendo dal progetto di curare un\'antologia, ha ricondotto ad un ordito unitario un bel po\' di storia e di etnologia di casa nostra.
Lì, di fianco al cinquecentesco Palazzo Gervasi e a poca distanza dalle austere geometrie dei bugnati di Palazzo Viva, sorge quella che fu la casa di uno, forse l\'ultimo, fra i più importanti sacerdoti della storia soletana, ancor oggi meta di viaggiatori selezionatissimi; non curiosi, ma attenti al bello. Il muro a calce che la circonda non riesce a nascondere del tutto il folto dei bambù e delle felci, preludio alle magiche frescure del giardino retrostante. Qui ogni stagione ha le sue fragranze: di glicini, di zagare, di gelsomini, di palme, allorchè, passeggiando per il viale che si stende breve sotto il pergolato, si passano in rassegna le enormi vasche di pietra orlate di ninfee e la mutila statua di San Liborio in una nicchia presso l\'amarancio.
Così é fatto l\'hortus conclusus, più che il chiostro, ove il Padre Giuseppe Stanca -il nostro papa Peppino - ebbe sovente a meditare e costruire l\'ossatura delle sue agio- grafie: un\'oasi fra i vicinati di Sant\'Eligio e Santa Tecla; e chi volesse ritrovare quelmondo non avrebbe che da varcare un portoncino verde, tenue confine col passato.
Ed infatti le radici della panegiristica di Don Giuseppe Stanca sono remote, almeno quanto il misterioso agostiniano Stanislao de Sancto Paulo che alla metà del Settecento deve aver fatto risuonare delle sue prediche i pulpiti di Soleto e dei villaggi limitrofi; almeno quanto l\'Alessandro Tomaso Arcudi che animò lo scenario intellettuale di queste stesse Terre in età preilluministica. Peppino é discendente ideale di entrambi, sia perché ne condivide a distanza di due secoli il grande temperamento e la fertile vena figurale, sia perché in lui nel segno più autentico della Riforma cattolica- il panegirico é documento subbiettivo che gode di una propria autonomia estetica, ma nel contempo inteso come strumento comunicativo che rinforza i vincoli tra i membri di una comunità.
L\'autore di questi racconti di prodigi e di vite di santi, straordinari e a volte modernissimi documenti di un apostolato che con gli occhi dei contemporanei scorgiamo inquieto ed esuberante, seppe trovare nell\'affabulazione e nella propria. energia retorica il senso di un cristianesimo interiore cui il convenzionalismo di quegli anni non seppe offrire spazi adeguati di agibilità. Intravvediamo, pertanto, nel papa Peppino fine e travolgente oratore, un sapiente architetto di immagini, un consumato regista che seppe rappresentare nelle chiese grandi e piccole in cui parlò i drammi sacramentali, i martirii, le traslazioni di reliquie, i salvataggi di raccolti all\'insegna dell\'esemplarità e della libertà. La prima, poiché tenne sempre fermo ad un ideale di predica come esortazione al bene; la seconda, poiché il pulpito fu il momento più alto per amplificare e dispiegare la propria soggettività brillante ma compressa da tanta mediocrità intorno a lui.
Ogni chiesa fu un teatro della memoria, esattamente nel modo inteso da Frances Yates: dagli arredi sacri alla statuaria minore, dalle iconografie ai supporti decorativi, ma soprattutto le grandi opere lignee o in cartapesta di santi e madonne con al seguito tutta la loro corposa simbologia, ogni cosa veniva proiettata sull\'immaginario collettivo degli ascoltatori come su un figurato rotolo di exultet. Don Giuseppe Stanca, insomma, compì in tempi non sospetti una efficace sintesi multimediale, coniugando la sua parola torrentizia all\'espressività che la tradizione cartapestaia napoletana e salentina aveva trasfuso nelle immagini sacre. Ma riportò altresì la devozione popolare più vicino alla teologia. Prova ne sia il panegirico dedicato alla Madonna del Riposo di Alessano (8 Settembre 1927) e la magistrale spiegazione del mistero di Cristo attraverso l\'immagine delle ginocchia di Maria che accolgono il figlio bambino e il figlio morto deposto dalla croce.
Ciò basti a riconoscere nel Padre Giuseppe Stanca la statura del panegirista di rango, conteso e ammirato oratore itinerante che animò la vita religiosa dei piccoli comuni salentini nella prima metà del nostro secolo. Questo libro gliene attribuisce i meriti attraverso la ricostruzione documentata e mai tediosa di quello che Manni chiama appropriatamente il grand tour del canonico soletano. Sicché alla fine della lettura, condotta sui testi più significativi e supportata dall\'eccezionale commentario storico-biografico che Manni ha raccolto in anni di paziente lavoro, scopriamo di avere esplorato l\'universo interiore di un parroco di provincia che elesse l\'eloquenza a balsamo dei diseredati ed intese la propria missione a metà fra l\'impeto a consolare e rinfrancare le periferie dell\'anima ed il diritto da lui avvertito ad una piena attuazione di sé come individuo, prima ancora che come sacerdote.
E se questo aspetto della sua estroversa personalità ha indotto alcuni a ravvisare un limite di papa Peppino, noi siamo al contrario inclini a riconoscervi i tratti distintivi di uno spirito che seppe – nel suo piccolo – volare alto al di sopra del provincialismo dei tanti. Ed in questo apprezzamento siamo consapevoli che lo spessore di tanta umanità ne fa ancor oggi una figura degna di stima e di affettuoso ricordo, ma soprattutto un uomo meritevole di uno studio, come il presente, che rende finalmente giustizia delle troppe emarginazioni culturali e ambientali patite.

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